LABORATORIO DI ECOLOGIA DEL QUATERNARIO

40 ANNI DI RICERCHE SCIENTIFICHE NEL BACINO DI ATELLA

 
 

Edoardo Borzatti von Löwenstern


Su invito del direttore del Museo Archeologico di Potenza, F. Ranaldi, il prof. E. Borzatti von Löwenstern dà inizio alle ricerche nel territorio compreso fra Rionero in Vulture e Castellagopesple, durante l’estate del 1971: le prime indagini vengono effettuate al Tuppo dei Sassi (oggi Serra Pisconi) ove sono presenti delle pitture rupestri. Gli scavi nel sedimento presente nel sito mettono in luce un complesso litico Mesolitico di facies Castelnoviana, al tempo inedito per la Basilicata.

Le indagini quindi si concentrano nel vicino Bacino di Atella, sede di un antico lago pleistocenico perdurato a lungo (dai 650.000 ai 500.000 anni fa), con lo scopo di verificare se il territorio sia stato frequentato dall’uomo preistorico. Sistematiche investigazioni, protrattesi per 20 anni (1971 – 1990) e condotte con l’avvicendamento di circa trenta collaboratori, accertano che le presenze preistoriche sono numerose e coprono ininterrottamente un lungo lasso di tempo: dal Paleolitico Inferiore (Acheuleano Inferiore, circa 700.000 anni fa) fino agli inizi del Paleoltico Superiore (di facies Castelperroniana, 32.000 anni fa); a queste presenze fa seguito una lacuna di frequentazioni umane che cessa circa 7.500 - 7.000 anni fa, quando gli ultimi cacciatori mesolitici e le successive genti sedentarie inizieranno ad abitare ininterrottamente il territorio fino a giungere ai tempi storici, seppure con intensità e modalità diverse.

Desta subito un particolare interesse la marcata presenza dei cacciatori dell’Acheuleano Inferiore, ben documentata in tutta l’area e certamente giustificata dalla presenza dell’invaso lacustre, un ambiente proficuo per lo sviluppo di manti vegetali e per il richiamo di animali. Il lago venutosi a creare per lo sbarramento di un affluente del fiume Ofanto, in seguito ad intensi fenomeni tettonici ai quali è legata la nascita di un vulcano, il Vulture, sarà messo in crisi dalle ultime eruzioni parossistiche di questo stesso vulcano. I terreni di origine piroclastica e vulcanoclastica, particolarmente fertili, che occupano buona parte della superficie del Bacino, indurranno ad una intensa antropizzazione a cominciare soprattutto dalle epoche storiche: alle intense attività agricole insistenti su tutto il territorio si deve purtroppo la dispersione di quasi tutte le testimonianze preistoriche.

Nel 1990 i ricercatori effettuano un sondaggio nei campi di Masseria Palladino, ricchi in superficie di manufatti dell’Acheuleano: una ristretta area dell’antico greto del lago ancora inalterato, raggiunta dallo scavo, non consente tuttavia di ritrovare delle valide testimonianze paleolitiche.

Proprio in quell’anno, nei pressi del Cimitero di Atella, viene finalmente individuato un sedimento di natura perilacustre con rilevanti testimonianze preistoriche antiche associate a resti di pachidermi: appare subito evidente che si è di fronte a ciò che rimane di una antica attività venatoria volta all’abbattimento soprattutto di Elefanti. L’area interessata, destinata alle future indagini, viene racchiusa entro un capannone per proteggerla da manomissioni e dal degrado da parte degli agenti atmosferici: i reperti più importanti vengono lasciati nella loro posizione originaria, mentre vengono allestite delle strutture perimetrali, esterne al capannone stesso, per consentire ai visitatori di documentarsi sull’esito delle ricerche.

Il particolare interesse di questo ritrovamento farà insistere le ricerche e gli scavi fino al tempo d’oggi senza interruzioni; vi parteciperanno alternativamente sessanta collaboratori fra studenti e specialisti italiani, americani, tedeschi, francesi, portoghesi. L’interesse precipuo avrà lo scopo di svelare, dai più minuti dettagli di volta in volta messi in luce, le caratteristiche della spiritualità e del comportamento degli ominidi coinvolti nella frequentazione del luogo.

I lavori si svolgono lentamente fra numerose difficoltà interpretative imposte da una dinamica evoluzione sedimentaria, dalle conseguenze di una continua variazione del livello delle acque lacustri, dalle continue perturbazioni sismiche e infine dalle reiterate eruzioni vulcaniche più o meno violente: ne fanno testo dei sedimenti di copertura di natura alluvionale che rappresentano la fine dell’invaso lacustre, in cui sono incluse delle testimonianze che risultano le più antiche in assoluto, per ora le uniche individuate nell’intero territorio (risalenti con molta probabilità all’interglaciale günz-mindeliano). Nonostante tutto le ricerche giungeranno presto a mettere in evidenza delle realtà assolutamente inedite di Homo erectus (o H. antecessor).

Le sistematiche ed accurate indagini, sia sul terreno che in laboratorio, permettono alla fine di precisare alcune caratteristiche geografiche e biologiche dell’antico ambiente, la sua evoluzione morfologica, il decorso climatico (nello stesso ambito della glaciazione mindeliana in atto) mitigato dalla latitudine meridionale della regione e dalla stessa presenza dell’invaso lacustre. Oltre poi alla verifica dell’abilità dei cacciatori nel realizzare i tradizionali strumenti di pietra (con tecnica clactoniana) e di frammentare le ossa delle prede abbattute, vengono individuate non solo alcune litotecniche del tutto nuove elaborate da questi ominidi, ma anche delle loro inattese capacità di sfruttamento del territorio e delle esperienze sociali sicuramente originali.

Queste inedite informazioni finiscono presto con il confrontarsi con alcune presunzioni correnti da parte degli studiosi. Alcuni Autori infatti concordano da tempo nell’ipotizzare delle vere e proprie strategie di “sciacallaggio”, rivolte da questi antichi cacciatori nei confronti di animali ammalati o debilitati, o tese finanche a sottrarre carogne ad altri predatori. Tali ipotesi appaiono suffragate dal fatto che la caccia a specie animali facili alla fuga dovesse risultare difficile, per la mancanza di trappole e di armi adatte a scagliare proiettili veloci; le stesse armi in uso rivelano di essere inadatte ad abbattere prede di grandi dimensioni.

Ad Atella viene ravvisata una particolare tecnica venatoria che fa capo quasi esclusivamente proprio alla grossa mole di un animale (Elephas antiquus): sfruttando la riva melmosa e spesso mobile del lago, dopo aver separato un membro del branco ed averlo costretto a incunearsi in un angusto lembo di spiaggia proteso nelle acque, disorientandolo con lancio di pietre o con l’aiuto di fiaccole, i cacciatori lo avrebbero indotto ad impantanarsi. Per l’oggettiva impossibilità di uscire dal fango la morte avrebbe colto l’animale dopo qualche giorno. Raggiunta la carcassa, dopo aver realizzato con frasche e rami una sorta di pontile fra questa e la riva, i cacciatori avrebbero alla fine dato luogo alla macellazione.

Il fatto più singolare messo in evidenza dalle ricerche è che in questa operazione, certamente pericolosa, volta all’abbattimento di uno dei più grandi mammiferi terrestri (quasi 5 m al garrese), i cacciatori avessero utilizzato unicamente delle armi ad “effetto morale”: solo delle pietre scagliate con la sola forza delle braccia, tra l’altro scelte fra le più leggere presenti nel territorio! Sarebbero ricorsi infatti, unicamente per queste attività, ad una radiolarite porosa, dal peso specifico di circa la metà di quello delle pietre abitualmente usate, reperibile in un affioramento roccioso sito a poco più di un km di distanza dalle rive del lago, luogo dove tra l’altro avrebbero provveduto alla sgrossatura di strumenti, nell’intento di ottenere delle forme piatte rotondeggianti. Si è potuto accertare che i manufatti realizzati con questa pietra leggera, inadatta ad altri usi a causa della sua fragilità e friabilità, non solo potessero essere trasportati più facilmente nei luoghi di caccia, sedi di acquitrini che precludevano il reperimento di qualsiasi materiale litico, ma si prestassero proficuamente anche a lanci più lunghi: la stessa propulsione rotatoria probabilmente impressa ai proiettili avrebbe permesso a questi di raggiungere distanze maggiori e di mantenere altresì meglio una determinata traiettoria. Proprio tali manufatti sono stati ritrovati in gran numero vicini ai resti di elefanti ed alle stesse impronte lasciate da questi ultimi sulle superfici melmose, conservatesi incredibilmente fino ai giorni d’oggi .

La successiva macellazione dell’animale è poi testimoniata da una innovazione tecnica del tutto singolare, indotta quasi certamente dalla difficoltà di eseguire reiterati andirivieni fra i resti dell’animale e le rive del lago. Preparate sulla terraferma, alcune grosse schegge tratte da materiali silicei e quarzarenitici sarebbero state trasportate sul corpo del pachiderma semisommerso: da queste poi sarebbero state staccate, fino quasi al loro totale esaurimento, un gran numero di scheggioline, più piccole e quindi più taglienti, che tuttavia sarebbe stato necessario rinnovare con una certa frequenza dal momento che, durante l’uso su materiali duri, avrebbero perso facilmente il filo. Si è potuto appurare che in questa particolare attività, gli addetti alla macellazione avessero messo in pratica, a seconda di alcune particolari opportunità, tre differenti ed originali tecniche di distacco, peraltro non ancora note nella letteratura preistorica.

Altre informazioni sono state ricavate da un’area, attigua a quella degli scavi, che non doveva essere stata sommersa dalle acque lacustri e che certamente poteva rappresentare il luogo di sosta di alcuni nuclei di cacciatori: purtroppo i lavori per la costruzione dei nuovi campi sportivi della città, in atto già al tempo in cui iniziarono le ricerche, aveva completamente distrutto tutte le testimonianze. Tuttavia grazie al recupero di manufatti litici e di resti ossei dispersi intorno all’area, anche se ormai alterati, si è avuta la possibilità di intravedere una serie di attività tipiche che si esplicavano soprattutto nei campi base: la tecnica di frammentazione delle ossa, il probabile uso del fuoco, l’espletamento infine di ulteriori operazioni, in genere ricorrenti, che necessitavano di specifici strumenti di selce quali perforatori, raschiatoi, grattatoi, utensili con margini denticolati o interessati da profondi incavi. Fra questi ultimi sono apparsi degni d’interesse alcuni manufatti sferoidali, di circa 6 – 10 cm di diametro, caratterizzati da una superficie poliedrica ottenuta mediante una difficile ed accurata sfaccettatura. Poiché non pare trattarsi di elementi di bolas o di proiettili di fionda, per i quali sarebbe stato più semplice utilizzare direttamente e senza ulteriori interventi i ciottoli ovunque presenti nel territorio, l’ipotesi più probabile resta quella che rappresentassero l’elemento di un’arma personale, utile sia per difendersi che per abbattere animali di media taglia. La stessa scabrosità delle loro superfici, ottenuta intenzionalmente, è stata interpretata come un valido espediente atto a non far scivolare dei legacci che le cingevano: potrebbero realisticamente rappresentare degli elementi di mazze snodate vincolati, in numero di uno o più, ad un corto bastone.

A queste testimonianze si venivano ad aggiungere altre illative congetture non necessariamente derivate dai soli resti della cultura materiale. Realtà inattese, lasciate da un essere umano il quale alla fine si rivelava tutt’altro che più primitivo dell’uomo di Neanderthal, evolutosi circa mezzo milione di anni più tardi e ritenuto da molti antropologi il primo vero rappresentante del genere umano. Alle molte attività messe in luce si venivano infatti ad associare inevitabilmente dei comportamenti più complessi, legati ad una interrelazione comunitaria non facilmente confrontabile con semplici schemi di natura animale. La particolare tecnica delle battute venatorie testimoniate ad Atella doveva logicamente coinvolgere più individui, non solo per far fronte alle stesse difficoltà dell’impresa, ma anche perché la grande massa di carne ricavata non andasse perduta inutilmente: valutato quindi lo sforzo fisico occorrente per condurre a buon esito una battuta, era necessario prevedere un oggettivo equilibrio fra la quantità di carne ottenibile ed il numero degli individui da sfamare. D’altra parte al momento non si hanno evidenze di eventuali tecniche usate per la conservazione di quanto sarebbe stato destinato a durare, anche se per tempi non lunghi. Si rendeva alla fine essenziale che l’operazione in qualche modo venisse pianificata, orientando i partecipanti ad una convergenza di strategie a seconda della natura del terreno, dell’indole e delle abitudini dell’animale, per evitare interventi caotici che avrebbero potuto mettere in pericolo l’operazione stessa.

La macellazione poi, una volta abbattuto l’animale, avrebbe necessitato di essere eseguita in tempi brevi, sia per impedire il deterioramento delle carni che per prevenire l’inevitabile richiamo di qualche pericoloso carnivoro. E’ del tutto probabile che coloro i quali erano preposti a questa operazione dovessero non solo essere esperti nel procedimento di taglio e di scarto del materiale inutilizzabile, ma fossero esperti anche nel riconoscere le parti dell’animale a seconda del loro diverso pregio: non è azzardato pensare infatti che le porzioni migliori fossero destinate a quei cacciatori che più si erano impegnati nell’impresa.

Sebbene non si sia avuta ancora la possibilità di quantificare il numero degli individui coinvolti direttamente in tutte queste attività, una stima ragionevole indurrebbe di ipotizzarne tra dieci e quindici: va infatti tenuto presente che la parte utilizzabile di una cattura poteva, nel migliore dei casi, essere costituita dalla sua metà o da poco più, restando il corpo dell’animale semisommerso nell’acqua, e che questa andava poi condivisa anche con i vari componenti del gruppo disadatti a collaborare personalmente all’impresa (donne, bambini, vecchi, malati).

Le indagini condotte fino ad ora non sono riuscite purtroppo a mettere a fuoco alcuni fatti di non secondario interesse, malgrado che su questi si sia più volte concentrata l’attenzione dei ricercatori: fatti che avrebbero certamente concorso a completare la configurazione della complessa realtà di un essere che, pur senza la loro soluzione, si è meritato, a buon diritto, di essere identificato come l’”Uomo di Atella”. Nulla si è potuto desumere sulle possibili tipologie e sulle architetture delle abitazioni, che dovevano insistere necessariamente in ambienti aperti, dal momento che grotte e ripari non esistono nel territorio; non si presta ancora a valutazioni realistiche lo stesso numero dei componenti una singola comunità famigliare, così come rimangono incognite sia l’ampiezza del territorio abitualmente frequentato da una stessa orda di cacciatori, sia le stagioni dell’anno eventualmente preferite per simili battute di caccia, sia il modo di reagire alle periodiche eruzioni del Vulture. Molte altre caratteristiche comportamentali, certamente non estranee a questo essere, le quali per loro stessa natura non lasciano tracce evidenti, forse non potranno mai essere desunte: le competizioni amorose o quelle mirate al raggiungimento di ranghi elevati entro il gruppo, l’eventuale percezione del proprio territorio di caccia ed i relativi sistemi di difesa messi in atto, l’osservanza di sia pur vaghe norme morali, l’esercizio di possibili pratiche rituali, gli atteggiamenti nei confronti della morte.

Dopo oltre un ventennio di impegni profusi in questo straordinario sito preistorico, l’incentivo alle prosecuzione delle ricerche è tutt’oggi sostenuto dall’attesa di recepire qualche altra importante peculiarità di una weltanschauung che alla fine riesca a delineare con maggiore realismo una cultura primaria già da tempo evolutasi in ambito umano.

 

ATELLA PRIMA DELLA STORIA

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